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Antonio Marmi, articolo di Fabrizio Grosoli
ANTONIO MARMI IL CINE AMATORE
Nella Storia della piccola imprenditoria familiare che, nel corso del Novecento, ha assicurato prosperità e notorietà al territorio modenese uno spazio preciso, ancorché localizzato, lo merita di certo la famiglia Marmi di Vignola.
I Marmi sono in realtà originari di Monteveglio e iniziano la loro attività con un semplice mulino ad acqua nel borgo di Oliveto. La svolta avviene quando Alberto Marmi ed Ernesta Gandolfi acquisiscono un più moderno mulino a cilindri a Vignola nel 1938. Sarà quella la base della fortuna di una famiglia dove “nessuno aveva studiato”. E saranno soprattutto i tre figli di Alberto ad occuparsi con lungimiranza dell’impresa. In particolare il primogenito Arturo. Anche lui ha fatto solo la quinta elementare, cosa di cui sarà portato a dolersi per tutta la vita, ma quanto a spirito e capacità imprenditoriale non è secondo a nessuno. È vero che in quel periodo non c’è reale concorrenza ed è vero che la stagione bellica favorisce operazioni disinvolte, ma (già nell’immediato dopoguerra, visto che il mulino è stato fortunosamente risparmiato dai bombardamenti) il successo arriva grazie a prestiti anche rischiosi, a investimenti tecnologici analizzati di persona, a una passione e a una competenza che tutti gli riconoscono, senza dimenticare una certa propensione alla solidarietà che gli vale il rispetto della comunità.
Arturo è l’amministratore delegato del mulino e resterà per sempre (cioè fino agli anni ’90) il responsabile di ogni attività produttiva e commerciale. Anche se la gestione è condivisa con gli altri fratelli, Antonio e Duilio. Antonio è nato nel 1924. Essendo più giovane ha meno responsabilità, ma certo non si sottrae ai ruoli che gli vengono assegnati. Per molto tempo si occupa del controllo e della supervisione di tutti i macchinari. Un’attività che è anche notturna. Lo fa con scrupolo, ma in fondo è vero che questo gli permette anche di avere del tempo libero. E non lo usa giocando a carte in osteria.
Questo perché Antonio Marmi è un sognatore. Già da bambino è rimasto perdutamente affascinato dal cinema, quindi da quel cinema muto che sarà per lui la forma ideale per raccontare storie per immagini anche in età adulta. Si dirà che questo sarà accaduto a tanti altri ragazzi della sua generazione, ma Antonio continua ad essere “lavorato” da questa sua passione che domina su ogni altro interesse, anche se non può studiare e se molto presto c’è il mulino da tirare avanti. Finché uno di quei casi imprevedibili, che capitano anche nei momenti storici più drammatici, si manifesta all’improvviso, durante la guerra.
Lo ha raccontato lui stesso (ed è uno dei rari momenti in cui ha sciolto quella riservatezza sulla sua vita che lo ha sempre accompagnato): arruolato nell’esercito si trova ad agire al confine con la Francia quando il suo diretto superiore gli concede di assistere l’operatore del Luce che ha raggiunto il loro reparto. E così finalmente può familiarizzarsi con le macchine da ripresa professionali.
Già, le macchine… che si tratti di cineprese, proiettori, moviole e ogni altra attrezzatura che serve per fare cinema, sono le macchine che si trasformano in oggetti da amare, nella sua magnifica ossessione. Quando dal dopoguerra può cominciare a dedicarsi alla sua attività preferita: ricercare e acquisire, nei mercatini dell’usato e in ogni altra possibile sede, cimeli cinematografici, la sua curiosità è onnivora: accumula rapidamente pellicole di tutti i formati senza escludere ovviamente il 35mm., foto, manifesti, locandine e qualunque genere di materiale promozionale (con un’attenzione particolare all’amato cinema muto), oggetti di scena e memorabilia. Ma, di nuovo, soprattutto macchine, che già in quegli anni in molti casi sono diventate estremamente rare, come quelle che si riferiscono ai decenni precedenti l’invenzione dei Lumière o coeve alle origini del cinema: dal Teatro delle Ombre settecentesco alle lanterne magiche professionali e giocattolo della seconda metà dell’ottocento, dallo Zootropio al Fenachistiscopio al Prassinoscopio, attrezzature di visione comprensive di vetrini, dischi e strisce originali. Nel giro di un paio di decenni la collezione può già rivaleggiare per qualità ed eccezionalità dei reperti con quelle più titolate in Italia, come il Museo del Cinema di Torino e il Museo del Precinema di Laura Minici Zotti a Padova.
Antonio possiede del resto le qualità del collezionista: è sicuramente un compulsivo cercatore di cose, ma nello stesso tempo ha qualcosa di più. Prima di tutto è un autodidatta solitario (certo, accompagnato nelle sue scorribande dalla paziente compagna di vita Maria Pia o da qualche amico ricompensato da buone cene in trattoria come ci ha raccontato il suo quasi coetaneo Aquilino Richeldi), che non cessa di documentarsi e di approfondire l’origine e le caratteristiche di ogni oggetto che trova. Ma soprattutto è un paziente restauratore. Le macchine reperite spesso in condizioni approssimative per non dire disperate devono funzionare. E così trascorre le sue serate nella stanza/laboratorio/archivio in cui nessuno può entrare alle prese con manuali e pezzi di ricambio, che si tratti di un proiettore 35mm del 1910 o di una camera Pathé professionale datata 1906.
ANTONIO VUOL FARE IL CINEMA
Comprensibilmente, mentre si impratichisce nei meccanismi di funzionamento tecnico del cinema, Antonio comincia presto a familiarizzarsi con gli elementi fondamentali del linguaggio filmico: la scrittura, le riprese, il montaggio. Non stupisce quindi che si metta in qualche modo nella prospettiva di realizzatore lui stesso dei film. Ma quali film? In un curriculum vitae datato 1980, troviamo scritto: “dal 1955 svolge attività dilettantistica di cineamatore” e poi aggiunge: “nei 25 anni di appassionato hobby svolto senza alcun interesse, bensì incontrando notevoli difficoltà e spese personali, ha girato circa 30 cortometraggi (alla fine saranno qualcuno di più, aggiungiamo)”.
Dunque, non ha problemi nel collocarsi umilmente nella categoria degli autori non professionali. Anche se a partire dalla metà degli anni ’60 realizza addirittura dei piccoli film di finzione, dei quali è sceneggiatore, regista, operatore, montatore in prima persona, di nuovo in eroica solitudine.
Del resto parliamo dell’epoca d’oro del film di famiglia e amatoriale (ovviamente nell’era della pellicola, prima del video e dei cellulari). Una prima svolta c’era già stata con il lancio della cinepresa “Pathé Baby” e con il formato 9,5 mm nel 1924. Poi dal dopoguerra si stabilizza l’8mm fino all’affermarsi dal ’65 del Super8 che vivrà una stagione gloriosa almeno fino alla fine del decennio successivo grazie ai miglioramenti tecnici nel suono e nel montaggio oltre che a una nuova generazione di filmmaker sperimentali (da noi il primo Nanni Moretti fino a Io sono un autarchico). E bisogna citare almeno il formato intermedio rispetto a quello professionale del 35, e cioè il 16mm., certamente costoso per i cineamatori, ma al contrario molto accessibile per una distribuzione di film al di fuori delle sale tradizionali grazie a proiettori maneggevoli e portatili. Non a caso i film in 16 saranno protagonisti di un circuito distributivo alternativo e quindi la linfa vitale dei circoli cinematografici sia di orientamento cattolico/parrocchiale che legati alle organizzazioni della sinistra.
Ma torniamo al mondo dei cineamatori. Una data significativa è il 25 luglio 1949. A Montecatini nasce la FEDIC, Federazione Italiana dei Cineclub, frutto della fusione delle due associazioni cineamatoriali preesistenti, EICA e FIC. La prima iniziativa della nuova istituzione è la creazione di un Concorso Nazionale del Film d’Amatore, che si terrà regolarmente dal luglio successivo per molti anni. Come ricorda Ernesto Guido Laura, critico e storico del cinema, se alla prima edizione “i soci presenti erano poche decine, nel ’51 (…) la cittadina toscana era già affollata di cineamatori da tutta Italia e, da segnalare, c’era a seguire la manifestazione, oltre alle riviste, parecchia stampa quotidiana” (da “Lo sguardo liberato”, FEDIC 1949 – 1999, a cura di Roberto Chiesi). Il “movimento” insomma, cresce rapidamente. Anche se fin dall’inizio si pone con chiarezza la controversa questione delle “due anime” del cinema non professionale. Scrive ancora Laura: “C’è dunque nell’aria – palpabile – la domanda di uno spazio libero di ricerca, dove non si guardi ai calcoli economici e si possa dispiegare fino in fondo la propria immaginazione, la domanda insomma di un laboratorio creativo. I cineclub, dove ci si associa per vedere film, per discuterne e soprattutto per farne, appaiono come una possibile risposta pratica e utile a tale domanda. Il vecchio termine di “dilettante” non è per caso sostituito da quello di “cineamatore”, volendo definire l’identità di chi innanzitutto ama il cinema e in quanto lo ama vuol farne uno strumento personale per eccellenza per esprimersi e per comunicare con gli altri (…) I giovani che intendono realizzare piccoli film indipendenti per prepararsi con serietà ad esordi professionali sono forse l’anima del nucleo di persone che nel ’49 fonda la Fedic. Ma chi conta davvero sembra essere piuttosto il dilettante (e qui uso il vecchio termine a ragione) specialista di film “familiari” che si “diletta” appunto di riprese della natura, documentari sui fiori, le piante, i laghi, spesso realizzati con tecnica perfetta anche grazie alla disponibilità di mezzi, ma un tipo di cinema sostanzialmente inutile, puramente descrittivo (…). Fra i due gruppi di chi aspirava alla professione e di chi invece voleva restare un cineasta “domenicale” si collocavano in mezzo molti cineamatori seri i quali, se per ragioni di lavoro o familiari non avrebbero mai scelto di imboccare la via del professionismo, ciò nondimeno si impegnavano nella creazione cinematografica con rigore di tecnica e di linguaggio e mostravano di possedere interessi vivi e attuali”.
Ora, prima di tutto è vero che un simile approccio “ideologico” alla questione è stato superato dalla sensibilità contemporanea che ha ampiamente rivalutato il valore antropologico, ma anche creativo dei film di famiglia (si veda lo straordinario lavoro di recupero di materiali “privati” operato dall’Associazione Home Movies di Bologna che ha permesso tra l’altro a molti cineasti di oggi un “riuso” estremamente fertile di quelle immagini sia in documentari che in film di finzione), ma resta il fatto che il tema delle due anime del cineamatore si presta perfettamente a inquadrare il percorso compiuto proprio dal nostro Antonio Marmi. Il quale per un decennio almeno resta da parte sua il tipico cineasta “della domenica” disprezzato da Laura (tanto è vero che non cita mai i film di famiglia girati dal ’55), ma poi prende progressivamente coscienza del linguaggio filmico attraverso, come abbiamo visto, lo studio delle tecniche di ripresa e montaggio e anche, occorre dirlo, una sua personale immersione nel mondo della critica e della cultura cinematografica (nel suo studio abbiamo trovato annate della rivista del Centro Sperimentale “Bianco e Nero”, oltre che di una pubblicazione come “Cinema Ridotto” che aveva in qualche modo l’ambizione di rivolgersi al mondo amatoriale ma senza trascurare quel cinema d’autore che si poteva recuperare ad esempio nei circuiti 16mm.).
Non è un caso allora che nel 1965 fondi, insieme a un piccolo gruppo di amici, il Cineclub Fedic di Vignola. E non si tratta di un’iniziativa scontata: a Modena, per esempio, l’Associazione non esiste e non vedrà la luce neanche negli anni successivi. Possiamo dire che quel periodo coincide con una ritrovata socialità e con uno “spirito di gruppo” che lo porta addirittura a organizzare con entusiasmo nella sua città l’anno seguente il primo Concorso nazionale del Cineamatore. Purtroppo non abbiamo trovato tracce di edizioni successive (evidentemente l’autofinanziamento non poteva garantire una continuità), ma quell’evento fu costruito certamente con impegno e serietà: 93 opere selezionate, una decina di premi divisi per categorie tra cui uno a Franco Piavoli, un’accoglienza accurata, se è vero che il presidente della giuria, Italo Moscati, giornalista e scrittore di eccellenza, lo ricorda così: “Fui invitato a far parte di una giuria che doveva vedere, giudicare, premiare i lavori di decine e decine di autori senza limiti di età. Accettai in nome della curiosità e soprattutto della passione per il cinema, cinema senza specificazioni. Il luogo dove si svolse la rassegna con premi (medaglie, onesti pezzi di carta) era Vignola, una piccola città tra Bologna e Modena. Una di quelle città serene e misteriose di cui, per la frammentazione del territorio italiano, spesso dimentichiamo ogni memoria (…). Li ricordo bene quei giorni trascorsi in compagnia di decine di filmati di illustri sconosciuti, almeno per me. Lì, in mezzo a gente cordiale, ho imparato diverse cose, tra un bicchiere di lambrusco (era ancora decente), un tortellino, una fetta di prosciutto, una ciliegia (specialità della zona), la torta Barozzi (caffè e cioccolato, altra specialità), la scala Barozzi (una bassa, bella elica verso il cielo). Ho imparato che c’erano, ci sono e ci saranno gli amatori, i dilettanti, i quasi professionisti (tanti), i professionisti (pochi), i professionisti per presunzione (dilettanti a petto in fuori). Tutti costoro erano e sono sinceramente innamorati del cinema, fino a perdere la testa” (da Forum Fedic, 2008).
E Antonio, da sincero innamorato del cinema e non certo da professionista per presunzione, comincia ad essere conosciuto nell’ambiente e i riconoscimenti da parte della Fedic non gli mancheranno certo, come vedremo più avanti. Fa parte a sua volta di giurie di concorsi per il passo ridotto, ottiene segnalazioni e premi per i suoi film. Perché nel frattempo ha cominciato a mostrare le opere di cui è autore, come si diceva, in tutte le fasi di ideazione e realizzazione. Sono cortometraggi di una decina di minuti in media, girati in 8mm (purtroppo mai riversati in altri supporti e quindi a forte rischio di deperimento irreversibile), muti con sonorizzazione successiva e con la partecipazione davvero “amichevole” di sodali del circolo e congiunti (a cominciare dalla piccola Susanna, la figlia amatissima che poi da grande si occuperà di divulgare il suo patrimonio). Da un punto di vista drammaturgico è chiaro che si tratta di racconti decisamente naif, piccole fiabe senza tempo di un mondo umile e gentile. Basti citare i titoli: “Il piccolo arrotino” (1966), “Figli del vento” (’67), “Valzer dei fiori” (’68)…Eppure sono anche la testimonianza di una pratica della “grammatica” del cinema ostinatamente ricercata (abbiamo potuto visionare una bobina di ciak scartati con inquadrature di diversa grandezza) utilizzando una corretta alternanza di primi piani e totali, ma soprattutto un omaggio alla purezza e all’espressività del cinema muto con uno spirito “umanistico” chapliniano che aleggia su tutto (in un’intervista al Resto del Carlino del ’93 dirà: “Il film muto resta il mio genere preferito perché ci vuole l’abilità dell’attore nel riuscire a comunicare con le espressioni, l’abilità di chi riprende nel cogliere i movimenti e le espressioni con due bei primi piani e infine l’abilità del montatore nello scegliere tra le inquadrature delle riprese”).
Detto questo, è giusto ricordare come Antonio non perda mai di vista il suo status di cineamatore autodidatta senza far presagire velleità di passaggio a quello di cineasta professionista. Quasi tutta la sua produzione è costituita del resto da cortometraggi documentari basati pressoché integralmente sulla volontà di raccontare il territorio in cui vive. Prima di tutto si tratta di filmare ogni avvenimento che gli sembra significativo (e dove può essere presente senza eccessivi impegni logistici): dalla corsa ciclistica Milano-Vignola (’64) alla Partita a Dama vivente di Castelvetro (’66), dall’alluvione del Panaro (’66) alla Festa dei Ciliegi in fiore (concorso giornalistico, ’71) e all’inaugurazione della campana per i caduti di tutte le guerre (’77). Ma oltre a queste “cronache vignolesi” (più o meno minime), dedica un’attenzione e un impegno particolari a film che celebrano le glorie monumentali e artistiche della città. Gira (in 16mm, a conferma dello sforzo autoproduttivo investito) due film sulla Rocca Medievale (’65 e ’71), resoconti storici su Jacopo Barozzi (’74) e su Ludovico Antonio Muratori (’72), ritratti d’artista come “Ivo Soli e le sue sculture” (’80). Il suo approccio è classicamente didattico, il che significa peraltro ricerche d’archivio approfondite e il coinvolgimento di studiosi del settore che vanno a comporre il testo del commento fuori campo. Di fatto il suo ruolo diventa quello di una sorta di “civil servant” a difesa della memoria e a servizio delle istituzioni culturali e civiche della sua terra. Questo senza scordare però che Antonio lavora non solo “in proprio”, ma anche senza particolari committenze (come testimonia il suo carteggio con gli enti pubblici dove propone almeno l’acquisizione dei suoi lavori in quanto di interesse pubblico). Un episodio curioso conferma la sua dedizione disinteressata alla comunità: nel ’76 l’Ospedale di Vignola gli chiede di documentare un intervento innovativo di protesi all’anca e lui si rende immediatamente disponibile. Tra lo stupore e una certa inquietudine del paziente che si ritrova incongruamente in sala operatoria il mugnaio del paese…
ANTONIO VUOLE FARE IL MUSEO
Questo è anche il titolo di un cortometraggio dedicato ad Antonio Marmi nel 2004 (pochi mesi prima della sua scomparsa) da Mino Crocè, uno dei filmmaker storici della Fedic, che da presidente di Filmvideo (come si chiamava allora la Mostra di Montecatini), oltre che presidente onorario della stessa Fedic, aveva organizzato nel ’95 un’importante esibizione sul centenario del cinema basata integralmente sulla collezione di Antonio.
Il piccolo film è certamente un documento prezioso e vuole essere un ritratto affettuoso di un personaggio unico anche se il taglio ironico del commento sui limiti caratteriali del nostro risulta un tantino greve. E così: “Antonio Marmi è uomo semplice che fa grande fatica ad esprimere i suoi pensieri davanti a una telecamera, forse è meglio a suo agio davanti a una bella macchina da ripresa cinematografica”. Seguono riprese in cui Antonio mostra con orgoglio il funzionamento di alcune sue “macchine”. E ancora: “Può stupire di vedere come questa persona che si esprime con una certa difficoltà sia riuscita a scovare tutto questo ben di dio, contattando i venditori e trattando il prezzo d’acquisto, fase questa in cui è necessaria un’astuzia da volpe e una parlantina da imbonitore. Ci è riuscito ed anche bene”. In realtà si finiscono dunque per riconoscere implicitamente le doti di un self made man senza background intellettuale e professionale, ma sempre guidato dall’istinto imprenditoriale, da un senso pratico da artigiano e soprattutto da un’infinita passione. “La sua collezione vanta quasi 3000 pezzi e comprende quasi tutto il cinema passato, compreso il precinema, con oggetti di grande pregio e rarità”.
Ora il problema diventa quello della conservazione di tutto questo materiale, ma ancor più della sua valorizzazione e della condivisione con un pubblico di appassionati e di curiosi. Il museo…l’idea del museo del cinema intitolato al suo nome si fa strada in modo sempre più preciso e ossessivo. Nel film di Crocè dice semplicemente e sommessamente, come suo stile: “Il sogno più grande per me è di avere uno spazio un po’ grande dove allestire tutto quel che ho sul cinema”. E in effetti gli oggetti più voluminosi come i proiettori 35mm sono sistemati in una ex porcilaia riadattata, tutti gli altri tra le stanze dell’ultimo piano di casa e il garage… (come diremo, molte cose, per non dire quasi tutto, stanno ancora là). Ma poi c’è un altro aspetto fondamentale: ad Antonio piace condividere le sue “creature”, raccontarne la storia, mostrarne il funzionamento. E registrare quindi l’interesse, la meraviglia, la curiosità dei suoi interlocutori.
Il Museo Antonio Marmi, anche quando non esiste ancora, comincia a circolare. A partire dagli anni ’80 si susseguono le mostre realizzate con i suoi materiali: Fiera di Modena, 1987 (“I primi passi del cinema” 1900-1940) e poi, oltre alle tante in provincia di Modena, Arona (’91), Fanovideofilmfest (’96), Montevarchi (’97), Salone del Cinema di Ancona (’98 e ’99), Merano (2003) e molte altre ancora. La “condizione” necessaria perché queste iniziative si facciano è sempre la stessa: Antonio deve essere presente, non è nemmeno pensabile che possa abbandonare i suoi gioielli anche solo per un istante. Del resto la più importante e riuscita delle manifestazioni intorno al museo è quella, già citata, organizzata nell’ambito di Filmvideo – Mostra Internazionale di Montecatini Terme dall’1 all’8 luglio del 1995, per celebrare il centenario del cinema, intitolata “Viaggio negli strumenti e nelle immagini delle illusioni”. Mino Crocè, in un ricordo scritto nel 2006, dopo la scomparsa di Antonio, la racconta così: “Qualcuno mi parlò di un personaggio residente nella cittadina di Vignola che, in cinquant’anni di appassionate ricerche, aveva accumulato una interessantissima collezione di apparecchiature cinematografiche dal pre-cinema agli anni ’60 e di quant’altro attinente alla cinematografia. Si trattava di Antonio Marmi, un uomo semplice ma abile nel suo intento. Lo incontrai quindi a Vignola e gli parlai del mio progetto. Seppi che aveva già realizzato in mezza Italia numerose esposizioni delle sue apparecchiature. L’allestirne un’altra, in occasione del Centenario del Cinema che per lui (moglie a parte) aveva rappresentato il grande amore della sua vita, lo entusiasmava. Fu così che, qualche giorno prima della data d’inizio del Festival, Antonio arrivò a Montecatini seguito da un capiente autocarro carico di cineprese, proiettori e altro materiale (…) E’ facile immaginare quale interesse suscitò, unito ad ammirazione. Ogni giorno il grande salone circolare dell’Azienda di Promozione Turistica di Montecatini era visitato da centinaia di persone. Antonio era felice: sempre presente per fornire spiegazioni, delucidazioni e ricevere calorose congratulazioni (…) nel pomeriggio dell’ultimo giorno di Filmvideo mi venne l’idea di consegnare, nel corso della serata di premiazione, una targa ad Antonio (…). La sera, quando lo chiamai sul palco del grande salone del Centro Congressi di Montecatini, alla lettura della motivazione Antonio fu colto da una crisi di profonda commozione; e commossero anche me le lacrime che scendevano sul suo simpatico faccione” (da “Annuario della 37ma Festa dei ciliegi in fiore”).
Pur senza inseguire a tutti i costi notorietà nell’ambiente, Antonio si ritrova così a diventare una figura riconosciuta e apprezzata tra i professionisti del cinema che lo incontrano alle sue esposizioni o si spingono fino a casa sua a Vignola. Tra le sue carte troviamo messaggi di cineasti (vicini alla Fedic) come Bruno Bozzetto, Giuseppe Ferrara, Tonino Valerii che in alcuni casi si trasformano in donatori della collezione. Ma il contatto più felice è senz’altro quello con il mondo felliniano attraverso la frequentazione di lunga data con Enzo De Castro, segretario di Fellini negli anni della maturità. Il quale viene ripreso al Festival di Montecatini nel ruolo del Virgilio (a dir il vero un po’ ingombrante) che introduce e spiega allo stesso Antonio i tesori della collezione Marmi a partire dal rarissimo e interessantissimo piano di lavorazione del kolossal “Scipione l’Africano” di Carmine Gallone (1936). Ed è così che ritroviamo tra i cimeli del futuro museo il cappello portato dal Maestro durante le riprese di “8 e 1/2” (come certificato dallo stesso De Castro) oltre che un manifesto d’epoca di “La Strada” con l’autografo di Giulietta Masina (premiata con la “ciliegia d’oro” nel 1989).
Per l’impaziente suo fondatore l’istituzione formale del Museo del Cinema non potrà tardare a lungo: nel luglio del 1993 viene infatti costituito “con atto notarile”. Il presidente è Enzo Roli (amico e parente di Antonio, che da quel momento si dedicherà alla causa della promozione della collezione con indefessa dedizione). Nel testo costitutivo si legge: “Il Museo si prefigge di coltivare lo studio del Cinema, con particolare riguardo al precinema, al cinema primitivo ed al cinema muto, mediante l’organizzazione di mostre di materiale cinematografico d’epoca, di proiezioni a carattere storico cinematografico, di conferenze, di letture con l’istituzione di una biblioteca e col mettersi e mantenersi in relazione con le istituzioni similari italiane ed estere”.
In realtà questo ambizioso programma sarà destinato a restare in gran parte sulla carta ed esisterà soltanto nella forma del “museo viaggiante” attraverso le mostre temporanee sopra ricordate. Che non potranno che restituire un’idea molto approssimativa del patrimonio disponibile. Pur mancando un archivio dettagliato del Museo, una nota di Roli e Marmi lo sintetizza in questi termini: “120 Macchine fotografiche e accessori, 11 Apparecchi del precinema e accessori, 17 Lanterne magiche e accessori, 50 Cineprese 35mm, 16mm e 9,5mm, 120 Proiettori 35mm e 16mm, 650 Vetrini a leva, 140 Cineprese e proiettori 8mm e Superotto, 2 Moviole 16mm, 1800 Manifesti, locandine e foto primi ‘900, 150 Film 35mm e 16mm a soggetto e documentari, 150 Film 9,5mm, 800 “Filmine” 35mm per uso scolastico, 150 Libri di storia del cinema, 70 depliant e cataloghi, diverse centinaia di lastre fotografiche”.
A dir la verità non mancheranno ad Antonio le proposte di “ricollocazione” del suo materiale. Ne arriva una importante dalla Cineteca di Bologna, che viene declinata, da tempo si muove il Comune di Vignola senza ugualmente arrivare a un’intesa (sembra che Antonio avesse chiesto tra l’altro libertà permanente di accesso e di “lavoro” sui materiali negli spazi allestiti. In fondo il Museo per lui era cosa viva e di certo non avrebbe potuto staccarsene a lungo…).
Ma quando arriviamo ai momenti della sua fine, nel 2005, le sue ultime volontà sono molto chiare. Alla figlia Susanna si fa promettere soltanto una cosa: “dovete riuscire a farlo, il museo. E deve restare in questa città”.
UN MUSEO DA IMMAGINARE
Il momento giusto sembra arrivare pochi anni dopo. La famiglia ha costituito un’associazione intitolata ad Antonio, il Comune di Vignola, rafforzando la propria sensibilità sul tema, avvia iniziative importanti. Intorno al 2011 vengono individuati degli spazi per un primo allestimento permanente: due sale all’interno del Teatro Fabbri, nel centro cittadino, e soprattutto viene conferito dall’Associazione Marmi l’incarico della direzione del Museo a Silvana Garavini, ex-dirigente del settore Cultura, che si rivela subito estremamente dinamica e competente, e che peraltro ha mantenuto la posizione di direttrice fino ad oggi.
L’inaugurazione avviene già due anni più tardi, nel settembre 2013. Anche se all’interno di un solo locale, dal momento che la seconda sala risulterà inagibile. Giustamente Garavini privilegia i preziosi oggetti del precinema: una cinquantina di reperti che vanno dal Teatro delle Ombre settecentesco alle lanterne magiche della seconda metà ottocento (corredate da meravigliosi vetrini con scene varie), agli apparecchi di simulazione del movimento per visione individuale (Prassinoscopio, Zootropio, Fenachistiscopio ecc.), fino alle camere e ai proiettori in uso alle origini del cinema fino agli anni ’20. Una sala dunque, affascinante e suggestiva, anche per le potenzialità di fruizione interattiva che comporta.
Purtroppo, dopo alcune lodevoli iniziative organizzate nei due anni successivi all’inaugurazione, dal 2015 di fatto il Museo non è aperto al pubblico e la visita è possibile solo su richiesta e appuntamento (come è accaduto in un paio di occasioni grazie al Ribalta Film Festival diretto da Giovanni Sabattini). I finanziamenti necessari per rendere agibile lo spazio non sono stati utilizzati, immaginiamo per una minore attenzione da parte dell’Amministrazione di “diverso colore” che è seguita a quella che aveva consentito di inaugurare il Museo. E il successivo periodo della pandemia non ha certo facilitato un ritorno di effettivo interesse.
Ora sembra arrivato finalmente il momento di un rilancio lungamente atteso. Un primo segnale viene dall’intenzione della donazione da parte della famiglia dei “grandi macchinari”, la collezione di tutti gli strumenti di proiezione impiegati dalle origini fino all’avvento del digitale.
Ci auguriamo quindi di vedere in un prossimo futuro davvero realizzato quello che a buon diritto andrebbe definito come “Museo del Precinema e del Cinema del Novecento”. Nel frattempo bisogna ricordare che gran parte dei materiali della collezione sono estremamente fragili e deperibili, conservati attualmente in luoghi non adeguati come cantine e depositi familiari e tutto va salvato, a cominciare dagli stessi film di Marmi (di cui spesso esiste solo l’originale su pellicola).
Come dichiarò un cineasta colto e raffinato, Paul Vecchiali, al festival di Montecatini: “Gli uomini come Antonio Marmi fanno cose eccezionali e commoventi perchè creano una testimonianza del cinema nel tempo: così non potrà morire !”.
Salviamo la memoria del cinema. Salviamo la memoria di Antonio Marmi.
Fabrizio Grosoli
Febbraio 2026